Hai cercato un luogo tutta la vita
Mi trovo in una piccola dimora accanto ad un lago, sono sola su questo tavolo mai conosciuto prima eppure molto familiare, mi suggerisce di scrivere qualcosa, non so ancora bene quale sia la tematica giusta. L’anno terapeutico volge al termine, penso ai percorsi che attraverso, alle vostre storie e alla mia, mi piace pensare che seguiamo i ritmi di quando eravamo bambini e la scuola terminava per poi ricominciare con il profumo di un diario nuovo.
Abbiamo bisogno di una pausa, a volte il lavoro di analisi e la guarigione ci conducono su sentieri davvero tortuosi, ora è tempo di assorbire, lasciare galleggiare sull’acqua ciò che è abbastanza denso da portare chiarezza al cuore e alla mente, lasciare che ciò che si è alleggerito possa soffiare. E’ stato un tempo alchemico, mentre mi lasciavate entrare nelle vostre porte, anche io ne cercavo una nuova, mi chiedevo come riavvicinarmi alla vita, al piacere, alla sensorialità dell’esistere, ad espandere il torace per scrivere un destino diverso. Forse vorrei farmi guidare da questo genere di complessità, come quando sei difronte ad un bivio con due possibilità, seguire la tua anima/ seguire la personalità con i suoi traumi, camminare come fa il bagatto, facendosi spingere da una forza propulsiva con destinazione ignota da un lato/ dall’altro sperare che ciò che non è riuscito a nutrire possa cambiare, rimanendo dove si è, ripetendo forse un passato appreso. Mi sono chiesta se fosse stato giusto porre il cuore nello sforzo per non perdere e lasciar morire ciò che abbiamo amato come potevamo. Ancora non so darmi una risposta chiara, sto transitando tra gli opposti verso un sintesi dolce che tenga amorevolmente insieme un tale sentire, ma ciò che so è che l’anima, l’individuazione, il daimon, a volte può violentemente svegliarci di notte e spingerci a pronunciare addii che non vogliamo affatto.
Mi sono chiesta , ma anima cosa sei? perchè mi porti via dove sarei rimasta? Forse vuoi donarci di più, più di quello che non abbiamo mai osato desiderare? Nel mentre, separarsi, da versioni di noi troppo ristrette che sono state tutto ciò che avevamo per restar chiusi nei nostri piccoli mondi feriti. Studio continuamente il trauma e le sue implicazioni, ma oggi vi consegno tra le mani una piccola semplice verità. C’è un uno stato d’animo che è in grado di riscrivere le nostre storie, di creare nuove connessioni sinaptiche e far danzare i neuroni in reti più armoniche, è lo stupore. Lo stupore è sorpresa, è abbracciare l’imprevedibile, lasciarsi sorprendere significa far entrare qualcosa tra le fitte canne di bambù delle nostre difese, sgranare gli occhi come fa un bambino e sentire che c’è di più. Una vastità su cui meditare, su cui respirare. Non sappiamo per quanto saremo qui e giorni fa una persona che mi guida, ha detto, che l’amore non ricevuto da bambini ci ha spinto a cercare altezze, la vera casa, il cielo, ciò che solleva il nostro animo e trascende. Io la chiamo Luce. Ed anche se non sappiamo ora ringraziare i nostri genitori per averci ferito, così che guarissimo, beh io lo voglio tenere in me, lo voglio scambiare con voi, desidero che il lavoro che facciamo insieme sia se possibile un tornare dove il nostro cuore sa vibrare, nel suo luogo d’origine. Dunque, ora che ripenso al monologo di Sentimenta Value, in cui piansi tanto, perché il trauma ci priva di una casa, voglio dirvi che possiamo dimorare ovunque quando abbiamo attivo questo collegamento con il nostro spirito. Come me ora, in questa piccola casetta in riva al lago, mentre mi sento chi sono, un poco di più.